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CHAMDAM ZAKIROV VERSI (pubblicata sulla rivista "L'immaginazione" # 185, 2002)
Traduzione in italiano di Paolo Galvagni

Senza indirizzo di ritorno

Non mi appaiono piu i sogni, padre,
premono con il petto, come un tempo,
quando mi svegliavo e non potevo
muovere mani e piedi, ne urlare: la gola stretta,
gli occhi che non vedono, solo l'udito,
tremando, coglie una selvaggia risata che piano piano
passa nell'ululato del clacson di una macchina sotto la finestra.
La liberta e un fantasma. La morte
mi sta alle calcagna, seguendo con un sorriso come
amo e mento al contempo. Che fare, papa, voglio,
ma ricevo solo misere percentuali.
I desideri affondano nelle onde della notte
insieme a me. Le nubi
si agitano, come bandiere. I vicoli, i giorni.
Sono solo, padre. Il parafulmine
prevede un colpo piu debole di me freddo. L'autunno
non rosso dorato e il sole
e sospeso su una miccia: non riscalda e probabilmente
si spegnera prima di scoppiare nella nuova estate. Papa,
la terra assimila il dolore dei miei passi. Per quanto durera
la sua pazienza? Presto sara ottobre,
da sette anni non ci vediamo. Ricordo varie cose: il campo
vuoto in agosto e la setola pungente degli steli tagliati,
la tua eterna barba incolta, e anche
la maniera di osservare l'inconsueto nelle cose semplici.
II cuore batte prima del sonno sempre piu lento, piu quieto, piu sordo, come se
il giradischi diminuisse i giri, come se
calasse la tensione. I miei occhiali si sono rotti. Le lenti,
coperte da una rete di piccole crepe, sono offuscate:
non vedo niente, papa, niente.
PS. Hai letto Rumi e Arabi,
che ti ho mandato? O forse
li frequenti da pari? Ma di questo ho anche
paura di pensare.
Settembre

C'e sempre meno aria.
Sempre piu dolore, parole e schemi
di parole stratificazioni
piu di costruttori, che non costruttive.
I! tuo sguardo, il tuo silenzio, il tuo gesto.
Ti moltiplichi, come fossi
straziato dalle menadi. Le parole
non sono cio che abbiamo tentato di portare
a casa attraverso lo spessore del crepuscolo e dei giorni
colmi di personalita e anonimi. La tendina
si agita. Non accade nulla.
Morte. Parole.
Attraverso le lacrime: nella giornata odierna

Fruscia l'acqua nei caloriferi, il gorgoglio sonoro ha avvolto
con un effetto stereo quanti erano seduti nel centro. L'acqua
come simbolo, segno la semantica dell'acqua, il mito del diluvio, l'odissea ovunque.
Anche la televisione (guardiamo la rassegna delle partite di calcio,
la Lega dei Campioni) dice: oggi
in Europa acquazzoni, acquazzoni, acquazzoni tutte e tre le partite. Ovunque
i campi sono pieni di pozzanghere, i tifosi e i giocatori bagnati fradici.
Del resto, anche noi siamo Europa. Qui, da noi,
la fiacca pioggia inquieta la finestra, lo "Spartak" vince contro il "Real",
certo non all'asciutto, beviamo il te (il miele, se vuoi, i biscotti
di avena), ci soffiarno il naso, io
metto la musica, bisogna, non avevo una voglia particolare
di andarci: Rain in Tibet, ecco semplicemente scorre e scorre,
tre minuti senza aggiunte musicali,
urlano qualcosa i tibetani,
certo, piu velocemente, una tale umidita, che
il Lama non si raffreddi e il terzo
solco sul disco Up, Bustle &
Out, di un gruppo inglese semi elettronico, semi jazz.
I piedi gelano, la teiera bolle, l'olio
ribolle nel forno elettrico, poi
squilla il telefono. Sul filo lontano lontano
il mio amore mormora con assonnata soavita, tace, ascolta il vaneggiamento,
che all'improvviso scorre dalla mie labbra (come e detto fortemente
della voce misera e raffreddata, roca!), ma
che sento: lei si lava i denti, e in bagno, e...
il vivace zampillo dal rubinetto sciaborda come una fontana nella cornetta.
Non riesco a trattenermi: il raffreddore. Dov'e il fazzoletto? Amici,
il regno per un fazzoletto, anche questo
disco, qualsiasi cosa, purche
questa giornata termini, finisca. Come finisce tutto (certo, in limiti
assennati). Un giorno nel flusso dei giorni
senza il cuore del mio cuore, senza l'amata, trascinandomi come una pietra
sul lenzuolo sassoso di un fiumicello, nel Tibet stesso, ad esempio, o nel
cielo umido del destino incerto e
scivoloso e senza fazzoletto! Serega,
forse e meglio la vodka?,
Vodka dice Serega e
si versa, corre, gira.
Dubbio

La poesia deve essere superiore alle sensazioni,
deve librarsi sulla prosa della vita
e portare il tuo sguardo all'orizzonte, dove i cieli baciano la terra.
Tu scrivi dell'amore e degli addii,
del fascino dei giardini e delle citta,
non lo nascondo, con parole gradevoli. Ma perche
ti distendi, come il fumo prima della tempesta
sui tetti, sulle cime dei pini,
senza sollevare gli occhi al firmamento?
La poesia deve essere come le nuvole,
altrettanto densa e feconda.
Non deve nutrirsi di questo mondo caduco, ma, al contrario,
nutrirlo, amico mio. Essa
deve essere, come un altipiano,
ineguale e ricoperta di fresco bosco o vite,
larga e serena, come una pianura, languida per i raggi solari,
oppure veloce e breve, come la morte,
oppure lenta e lunga, come la vita sulla riva del mare affettuoso.
Lascia la fantasia e la composizione, scrivi cio che esiste.
La verita, e solo la verita
puo essere definita poesia.
Se andrai per questa strada nelle tue avventure letterarie,
presto potrai essere alla pari
con i cantori grandi e famosi
dell'Ellade.
I versi devono essere piu trasparenti del cielo,
per essere cielo per i mortali, allora
tutti chiameranno divina la tua voce.
Vuoi altro? Cosi mi ha detto
il maestro. E ora sono nel dubbio:
ho scritto la verita, mi sono innamorato
e ho avuto le ali e una voce stupenda,
avendo lodato ovunque il mio amore.
Forse il sentimento poetico
deve essere solo mesto e privo
di fantasia aerea, viva, soave, come il corpo
della mia innamorata? Oh, dei, come
unire il freddo intelletto e l'ardore del cuore?
Come comprendere il precetto del maestro cieco? Senza favole! Ma io?
Oggi ho letto un nuovo poema,
splendente e pomposo, ma quanto
accatastato: le sirene, i Lestrigoni, i ciclopi, le ninfe...

Chamdam Zakirov e un autore uzbeco di lingua russa. E nato nel 1966 a Rista, nei pressi di Fergana. Ha vissuto a Mosca. Si e recentemente trasferito in Finlandia. Ha pubblicato versi su varie riviste. E uno dei poeti della cosiddetta Scuola di Fergana.
Nel 1966 e stata pubblicata la raccolta Fergana.

 


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